La lezione di Papa Francesco ai molti o ai pochi in sanità

Dalla "pazienza fiduciosa" di tutti il Santo Padre ci invita a occuparci del benessere altrui...

la lezione di papa francesco ai molti o ai pochi in sanita
Napoli.  

Prima di mostrarsi ai fedeli, il pontefice ha diffuso attraverso i media il testo dell’Angelus di domenica 23 marzo. Una riflessione sul valore della "pazienza" nell'articolato ed eterogeneo mondo della malattia, a partire dalla "parabola" - peraltro controversa nella sua interpretazione - "del fico sterile" del vangelo di Luca, il racconto del contadino che, contro la disposizione categorica del padrone del terreno, non volle tagliare l’albero per vedere se in futuro avrebbe portato frutti. In particolare ha scritto il Santo Padre: "In questo lungo tempo di ricovero, ho avuto modo di sperimentare la pazienza del Signore, che vedo anche riflessa nella premura instancabile dei medici e degli operatori sanitari, così come nelle attenzioni e nelle speranze dei familiari degli ammalati.

Questa pazienza fiduciosa, ancorata all’amore di Dio che non viene meno, è davvero necessaria alla nostra vita, soprattutto per affrontare le situazioni più difficili e dolorose". Ed è proprio dalla "pazienza fiduciosa" di tutti - operatori sanitari, malati e loro famiglie - che il Santo Padre ci invita a iniziare quando vogliamo occuparci serenamente, ma anche seriamente, del benessere altrui. Il concetto di "pazienza" deve, infatti, essere parte integrante della natura di coloro che interagiscono per lavoro o per necessità con le afflizioni umane del corpo e della mente.

Come ci ricorda Wikipedia, "la parola pazienza ha origine dal latino volgare patire (cfr. il greco pathein e pathos, dolore corporale e spirituale) ed indica la facoltà umana di rimandare la propria reazione alle avversità, mantenendo nei confronti dello stimolo un atteggiamento neutro". Ma - sempre per la stessa fonte - la pazienza è anche "una qualità e un atteggiamento interiore proprio di chi accetta il dolore, le difficoltà, le avversità, le molestie, le controversie, la morte, con animo sereno e con tranquillità, controllando la propria emotività e perseverando nelle azioni. È la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione senza sosta nel fare un'opera o una qualsiasi impresa".

Ed è proprio il primo significato etimologico del termine che sembra essere stato mutuato da Sua Santità per raccontare chi soffre di un disturbo o di una malattia e coloro che, a vario titolo, gli sono accanto e partecipano con lui alla gestione del rapporto, più o meno istituzionalizzato, con il sistema di presa in carico e - cosa ben più rilevante - al percorso, ora di luce e ora di buio, che il paziente (appunto) fa dentro e fuori sé stesso. È in questa accezione, infatti, che la parola "pazienza" acquista l'alto significato spirituale che gli ha attribuito Papa Francesco, in quanto "riflesso" della "pazienza" stessa di Dio, disposizione, pertanto, nient'affatto passiva e condiscendente, ma partecipativa e propulsiva, al fine di dotare i malati e i loro parenti del coraggio per affrontare con lucidità e consapevolezza la sofferenza e della forza per provare a superarla, avendo piena e meritata "fiducia" - altra parola usata dal Papa non pregrinamente, in un tempo, invece, di sfiducia, recriminazioni e intolleranze, talora anche violente, degli "utenti" del mondo della salute verso i suoi professionisti - nel pur complesso (e talora imperfetto) "sistema di cura".

Ai medici e a tutti gli operatori della salute, che concorrono a "gestire" il lato oscuro della malattia, il Papa ha destinato un'altra versione della "pazienza del Signore"  quello della "premura instancabile". Sono già tornato più volte in questi anni di pubblicazioni giornalistiche sul tema dell'etica in ambito sanitario. Chiunque fa questa professione non può perdere mai, e ripeto mai, la disponibilità bonaria nei confronti del paziente, la voglia e la capacità di essere al suo livello - più propriamente l'obbligo di camminargli accanto - e il desiderio "instancabile" di migliorarsi sul piano professionale, culturale e morale e (perché no) di cambiare in meglio anche l'ambiente in cui lavora e accoglie i sofferenti.

In altri termini, chi opera in sanità ha il dovere di costruire alleanze con tutti gli attori in campo, più che inseguire primogeniture, egocentrismi e altezzosità. E questo dovere deve essere vissuto in tutta la sua interezza e, perfino, in tutta la sua fatica. È il Papa che ce lo ha ricordato e ciò ha un enorme significato per tutti noi, oggi più che mai: coloro che trattano a qualunque titolo i pazienti nel loro percorso di malattia non smettano mai di esercitare la "premura",  ossia "la sollecitudine motivata da interessi sentiti intensamente", e la "instancabilità", che è poi la fede certa di essere nel giusto.

Come il contadino della parabola che, contravvenendo perfino alle regole del buonsenso e dell'utilità, ha preferito continuare a coltivare con amore il suo albero, certo dei frutti (non solo materiali) che avrebbe raccolto.